Il Servo d’Italia
Una produzione Compagnia degli Eridani associazioneTeatrale
Regia
Caterina Di Fazio
Drammaturgia
Giulia Pelone
Con
C: Andrea Scaglioni
Servo: Cristiano Boni
Musiche dal vivo
Valentina Sardella, clarinetto e sax contralto
Una commedia per un salotto e due servi: il tessitore della nostra storia (anni 1856-1859) ed il suo maggiordomo. Una commedia ispirata a fatti realmente accaduti: l’Unità d’Italia, forse un grande gioco affidato alle mani di pochi eletti, una questione da salotto, con intervallo alle terme. Un continuo equilibrio e riequilibrio diplomatico, un gioco internazionale di tante piccole pedine mosse da forze più grandi di loro.
Prendendo le mosse da alcuni episodi iniziali del processo unitario, si propone qui una breve pièce per due attori, prigionieri di un elegante salotto, che nel corso del tempo assumono l’uno l’aspetto di una statua, l’altro – il servo – le vesti del vero padrone del luogo e del tempo. Ed il tempo scorre sul palco scandito da un clarinetto.
Il Servo d’Italia mette in luce i lati in penombra di una storia che ci appartiene, concedendosi la libertà di giocare e di aprire nuovi spiragli in essa, immaginando la piccola storia segreta di ogni vita.
Il Servo d’Italia
Cenni Storici
Il Servo d’Italia si propone di affrontare parte del processo unitario del nostro paese, ponendo come centro nevralgico la figura di Cavour quale principale tessitore dell’unità d’Italia.
Questa scelta segue la scia della storiografia ufficiale, partendo dai quattro punti nodali dell’azione diplomatica svolta dal Conte: la guerra di Crimea, il successivo Congresso di Parigi, i patti di Plombières e la capacità diplomatica di costringere l’Austria alla guerra.
I suddetti fatti riemergono in controluce sullo sfondo di un racconto che si propone di riassumerli, integrarli e a volte anche contraddirli, con la vita quotidiana di Cavour.
L’intera vicenda si svolge in un unico luogo: un immaginario salotto di “casa Cavour” abitato unicamente da due personaggi: Cavour e il suo Servo, e una presenza sullo sfondo, il Tempo - suonatrice di clarinetto.
L’inizio dello spettacolo vede Cavour di ritorno dal Congresso di Parigi, convocato nel 1856 al fine di ristabilire la pace dopo la guerra di Crimea, combattuta vittoriosamente da Impero Ottomano, Francia, Gran Bretagna e Regno di Sardegna contro la Russia. Cavour ci appare fortemente deluso, poiché tutto si è svolto nel peggiore dei modi. Egli è riuscito ad ottenere una sezione supplementare in cui discutere la situazione italiana, nell’ultimo periodo contraddistinta dalla minaccia insurrezionale repubblicana, ma senza giungere a nessuna conclusione pratica. Inoltre il basso numero di soldati caduti nell’unica battaglia vittoriosa non gli permette di avanzare alcuna rivendicazione territoriale. Le sue speranze tra l’altro erano già state deluse dallo sviluppo della guerra: egli aveva coinvolto il Piemonte in Crimea anche perché immaginava una discesa in campo dell’Austria a fianco della Russia, altra grande potenza cattolica, che però non avvenne.
Si continua quindi con una scena che riassume in modo giocoso il fitto intrigo diplomatico che Cavour tesse alle spalle dell’imperatore Napoleone III, per convincerlo ad appoggiare il Regno di Sardegna nella guerra contro l’Austria. Egli si serve di svariati personaggi (la Contessa di Castiglione, Costantino Nigra, ambasciatore italiano a Parigi, Felice Orsini, Francesco Arese) per far pressione su Napoleone III, facendo leva su amicizia, stima, desiderio, paura di un altro attentato contro la sua persona.
Tanto lavoro sembra portare infine i suoi frutti, in occasione del colloquio segreto che avviene tra Napoleone III e Cavour nella località termale di Plombières. Qui troviamo i due strateghi nell’atto di percorrere dall’alto al basso la penisola italiana, intenti a cercare una causa qualunque per provocare un attacco dell’Austria, poiché la guerra doveva essere di natura difensiva e non offensiva. Poi i due uomini di stato si immaginano a tavolino la spartizione della penisola italiana, delineando un progetto che però alla fine non verrà realizzato completamente.
La scena successiva riassume vari fatti svoltisi tra febbraio e aprile 1859. Si apre con Cavour di ritorno da Parigi, dove ha cercato in tutti i modi di convincere Napoleone III a muovere guerra all’Austria, guerra che appare sempre più improbabile. Nel febbraio del 1859 il ministro degli esteri francese Walewski, supportato dagli ambienti cattolici, ai quali appartiene anche l’imperatrice Eugenia, si oppone alla guerra; così come il ministro degli esteri inglese, Malmesbury. Lo stesso Napoleone appare indeciso. Nel frattempo la situazione di Cavour diventa insostenibile di fronte all’opinione pubblica piemontese e italiana, la quale aveva fatto affidamento su Cavour per costringere l’Austria alla guerra. In questo scenario, il 18 marzo, si inserisce la proposta russa di un congresso delle cinque grandi potenze sulla questione italiana. Vittorio Emanuele, convinto ormai del fallimento del piano di Cavour, lo attacca accusandolo di averlo costretto a usare sua figlia quindicenne Clotilde come merce di scambio, per ottenere l’adesione di Napoleone alla guerra contro l’Austria. Cavour quindi corre a Parigi e minaccia Napoleone III di rifugiarsi in America e di pubblicare la propria versione dei fatti, con i documenti in suo possesso. Scrivendo all’imperatore, Cavour afferma che "siamo persi senza ritorno", che il re sarebbe stato costretto ad abdicare, che i ministri, a cominciare da lui, sarebbero diventati oggetto della pubblica esecrazione, che su di lui ricadeva la responsabilità "dei disastri che minacciano il mio re e la mia patria".
Questi fatti portano Cavour a optare per il suicidio. Il 19 aprile 1859 lo troviamo intento a dettare al suo fedele servo una lettera-testamento diretta al nipote Ainardo. Quindi il conte si chiude nello studio del suo appartamento e inizia a distruggere carte e documenti.
Tutto sembra volgere al peggio, finché, coup de théâtre finale, il 23 aprile 1859 l’Austria lancia un ultimatum al Regno di Sardegna.
Lo spettacolo si conclude con questo quesito: perché scoppia la Seconda Guerra di Indipendenza? L’Austria è alle prese con una gravissima crisi finanziaria e con la rivolta dell’Ungheria. L’esborso di una cifra ingente per una campagna militare e l’apertura di un secondo fronte di guerra non possono essere di alcun suo interesse. Non può ottenere territori, poiché è impensabile che la Francia accetti la scomparsa dello Stato cuscinetto rappresentato dal Piemonte, né può sperare in risarcimenti in denaro a causa del precario stato delle finanze piemontesi. Perché una potenza di prima grandezza come l’Austria ha pregiudicato il suo già precario equilibrio invischiandosi in una guerra con un piccolo paese, nella quale non ha nulla da guadagnare?
La risposta si è forse persa per sempre nel fuoco del caminetto di casa Cavour.
Giulia Pelone
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