Abat-Jour
Commedia liberamente ispirata alla Tempesta di William Shakespeare
Una produzione Compagnia degli Eridani associazioneTeatrale
Regia e Drammaturgia
Caterina Di Fazio
Con
Prospero: Umberto Fabi
Ariele: Arianna Novelli
Bambino dell’Acqua: Giulia Pelone
Bambino dell’Aria: Tiziano Cervellera
Musiche dal vivo
Serena Perini, Flauto traverso
Fabrizio Longo, Violino moderno e barocco
Viaggiamo. Una tempesta. Non una vera tempesta. Una finzione. Un sogno di tempesta. Un’isola. Un baule ed un vecchio sgabello. Su di esso Prospero è posato, come una statua. L’isola è lo sgabello ed il baule. Un baule ricolmo di vestiti, ed uno spirito che ci dorme dentro: Ariele. Ariele si muove più libera dell’aria, e lotta con l’acqua, come il Boudu di Jean Renoir.
Guardiamo oltre l'isola, guardiamo la scena. È una stanza. Una stanza di una casa che sta per essere abbandonata. Il baule, lo sgabello. Un lenzuolo, forse una vela, a destra dell’isola. È steso su di una porta, nasconde il resto della scena. La porta. Ciò che resta di quella stanza che sta per essere lasciata, un relitto. Un secondo ed un terzo relitto, gli ultimi: una vecchia abat-jour accanto a Prospero ed un'altra più piccola, scettro dello Spirito dell’Aria. Due bambini le accendono. Sono i re dell’Immaginazione, degli altri mondi, mondi invisibili. I bambini accendono l’abat-jour di Prospero, passano il loro potere nelle sue mani. Prospero cambierà allora il corso del destino, potrà rivincere la sua vita servendosi del loro potere di mescolare sogno e realtà, di far emergere un doppio d'invisibile dal fondo del mare. Non con le sue mani, col proprio corpo, che resta sospeso in alto, ma servendosi di Ariele. Al suo comando lo spirito si avvicinerà alla porta, e parlerà, in un’immobilità assoluta, a interlocutori celati dalla vela-lenzuolo. Ma non oltrepasserà mai il confine, il confine segnato dalla vela, dalla porta: il regno dell’Invisibile. Sosterà sul limitare, rendendo visibili al pubblico le azioni che si svolgeranno in quel luogo coperto, non visto, invisibile. I bambini invece correranno sui confini: visibile e invisibile, sogno e realtà, platea e palco. Essi hanno il potere di allargare la realtà, di scoprire un altrove che è prolungamento del reale, di permettere l'abbraccio di visibile e invisibile.
Tutto si intreccia ed esiste contemporaneamente.
In teatro ci sono ora tre spazi. Uno: il pubblico, la platea – la realtà. Due: la parte sinistra della scena, la scena vera e propria, l’isola – il ponte. Tre: la parte destra della scena, la parte nascosta ed invisibile della scena, dietro la porta, dietro la vela-lenzuolo – la dimensione dell’invisibile. Quest’ultima è una sorta di quinta, ma è posta al centro del palco, mostrata e contemporaneamente sottratta all’occhio. In essa hanno origine tutte le azioni. Voi occupate il primo luogo. Gli attori del dramma occupano il secondo, il ponte. Il terzo spazio è accessibile ai soli bambini, padroni di tutti e tre i luoghi.
Il nostro spettacolo ha come essenziale contenuto ed idea lo spazio. Tre luoghi metafisici divengono corpo, di nuovo tornano nella dimensione dell’immaginario e ancora si fanno presenti e così via, man mano che gli attori si muovono nello spazio costruendolo. Il trittico spaziale, e ancor più la sua terza parte, la zona non-visibile dietro la vela-lenzuolo, evoca in sé la dimensione dell’invisibile. L’invisibile del visibile. L’ombra bianca del visibile.
Questa zona dietro la porta è spazio davanti a noi, sul palco, ma al contempo rimane celata, coperta dal lenzuolo. Questo altrove è evocato dalla vela, ma come spazio sulla scena non esiste – non è visibilità. È presenza in assenza. Nella percezione dello spettatore si allarga, sboccia in prolungamenti nell’altrove dell’immaginazione, come il fuori campo rispetto al visibile dello schermo cinematografico. Eppure si fa realtà, diviene materiale, poiché Ariele vi si accosta e col corpo e con la voce ci annuncia, ci fa immaginare altri corpi nascosti dalla vela. Ed essi l'ascoltano, le parlano, si muovono, anche se non li udiamo, non li vediamo. La loro assenza ci è presente, i loro corpi sono là. Fuori vista.
La meta: visibilità dell’invisibile.
Dovremo ampliare il concetto di realtà.
L'ombra bianca sarà corpo.
Caterina Di Fazio